• 6 marzo 2018

    Risollevare il Pd, rigenerare il centrosinistra, discutere e decidere insieme

    Difficile scrivere un editoriale dopo una sconfitta elettorale così cocente. Ci provo, pensando che sia giusto dare un contributo ad una discussione che deve necessariamente essere franca e autocritica. Due premesse obbligatorie. Primo: in politica ogni sconfitta (ma per la verità dovrebbe essere così anche per le vittorie) è figlia di tanti, di un gruppo dirigente, anche se in proporzioni diverse a seconda del minore o maggiore grado di responsabilità. Secondo: voler discutere seriamente, cercando di vedere i dati e i problemi enormi che questo voto ci consegna, non significa cercare o provocare divisioni. Un partito che non sa gestire un dibattito politico alla luce del sole, che trasforma l’esercizio del pluralismo delle idee in un “complotto” è destinato all’estinzione. Sono tranchant perché credo che in qualche momento in passato abbiamo più che sfiorato questo rischio e perché sento che anche ora, di fronte al discorso di ieri del Segretario Renzi, alcune critiche sono state “bollate” come eretiche. Bene ha fatto il Presidente del Pd a convocare la Direzione in tempi stretti, spero e mi impegnerò per fare di quell’appuntamento una occasione utile.

     

    Sul voto. Si possono fare molte osservazioni e valutazioni andando a guardare i numeri, anche un po’ nel dettaglio, territorio per territorio. Però a me preme mettere innanzitutto in luce la portata, il significato di questo voto che segna la fine di un ciclo politico. Nel 2008, alle prime elezioni del Pd, il centrosinistra prese il 37,55% pari a 13 milioni e 600.000 voti circa (il Pd con Veltroni ottenne il 33,18%), mentre il centrodestra vinse con il 46,81% pari a circa 17 milioni di voti (con il PDL di Berlusconi al 37,38). Pd e Pdl allora, insieme, raccoglievano il consenso di oltre il 70% dell’elettorato. Dieci anni dopo i due partiti cardine del bipolarismo, insieme, raggiungono poco più del 32% e, insieme, prendono poco più di 10 milioni di voti. Cifre inequivocabili per le quali dobbiamo ancora trovare una chiave di lettura. Forse può aiutarci uno sguardo alle coalizioni. Che è successo infatti nei rispettivi poli? Nel campo conservatore la percentuale complessiva raggiunge il ragguardevole risultato del 37%, con la Lega primo partito, e un preoccupante spostamento a destra dell’alleanza.  Il centrosinistra si ferma al 22,41 e, anche sommando impropriamente questo risultato alle modeste percentuali di LeU, l’area delle forze progressiste e di sinistra è ancora decisamente distante dagli altri competitori. Siamo dunque di fronte ad un risultato che non può non suscitare un allarme serio, di tipo esistenziale per la nostra parte politica. Né vale consolarsi dicendo che in tutta Europa la sinistra attraversa una crisi profonda. E’ vero ma – come dimostra lo studio del CISE – il nostro risultato del 2018 è il peggiore della storia della sinistra italiana e uno tra i peggiori in Europa.  

     

    L’altra osservazione necessaria, anche se antipatica alle nostre orecchie, è che nell’altra metà del campo rispetto al centrodestra si è insediato un nuovo soggetto politico – il M5S – che ha evidentemente attratto anche una parte dell’elettorato che prima si rivolgeva al centrosinistra. Sarà come sempre l'Istituto Cattaneo– che  ci spiega chi ha vinto e chi ha perso con alcune considerazioni interessanti – a farci capire meglio i flussi tra le diverse liste (1) e (2). Vi invito a leggere queste analisi più scientifiche, ma intanto non è azzardato ipotizzare che una parte dei voti “di sinistra” sia andato alla Lega nelle aree del Centro-Nord, più sensibili ai temi del lavoro e dell’immigrazione abilmente e a volte sconsideratamente agitati da Salvini, e una parte al M5S, soprattutto ma non solo nel Mezzogiorno, attratta sia dagli slogan sulla legalità e le regole sia dalla bandiera del reddito di cittadinanza. Insomma siamo di fronte ad una sconfitta che ha radici profonde, non ad un inciampo da cui ci possiamo riprendere con qualche mossa tattica. L’analisi che ci consegna oggi il professor D’Alimonte che trovate qui ci può essere utile a non cercare scorciatoie. Personalmente sono convinta che ci possano essere le condizioni per risollevare il Pd – come ha detto oggi Carlo Calenda decidendo di iscriversi al nostro partito con grande gioia mia e credo di tanti altri – e che sia necessario rigenerare il centrosinistra – come ha detto Nicola Zingaretti dalla cui splendida vittoria alla Regione Lazio dobbiamo trarre elementi di fiducia e qualche insegnamento.  

    Arrivo in conclusione ai passaggi che ci attendono. Se Renzi, annunciando le sue dimissioni, intendeva assumersi la sua parte di responsabilità nella sconfitta dovrebbe accettare, a mio parere, di gestire le prossime settimane in un quadro di collegialità con il gruppo dirigente del suo partito, ascoltando i consigli dei “padri nobili” e delle principali personalità del Pd a cominciare da quelle impegnate nel governo. Liquidare questa esigenza con le parole “no caminetti” non è giusto e non è serio. Gli elettori hanno bocciato la nostra proposta e non tocca certo a noi indicare le possibili soluzioni di governo. Né dobbiamo temere la prospettiva dell’opposizione che in democrazia è una condizione fisiologica. Ma, se vogliamo davvero rispettare le prerogative del Capo dello Stato, non ha senso erigere steccati preventivi. Anche perché veniamo da una legislatura in cui noi – non altri – abbiamo governato grazie ai voti di forze che non erano organiche alla maggioranza di centrosinistra. Ritengo che su questo punto sia necessario evitare toni e parole che altri hanno usato contro di noi milioni di volte come “inciucio”. Credo anche che qualsiasi scelta saremo chiamati a valutare per l’inizio di questa legislatura sarà bene coinvolgere in qualche modo i nostri iscritti ed elettori sul territorio. In ogni caso ci può fare solo bene, dopo una sconfitta così, mantenere un canale di confronto aperto con i nostri attivisti e simpatizzanti.

     

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