• Contro la corruzione, legge sui partiti
    e regole per il lobbying

     

    20 giugno 2018

     

    L’indagine giudiziaria nei confronti dell’avvocato Lanzalone e dell’imprenditore Parnasi prefigura un sistema di relazioni tutt’altro che trasparenti tra economia e politica e ipotizza diversi reati di tipo corruttivo. Non è la prima, né sarà l’ultima, inchiesta di questo tipo. E non spetta certo a noi anticipare la conclusione di un lavoro che deve fare la magistratura. La novità tuttavia c’è e riguarda il fatto che la vicenda investe in pieno i 5S ai massimi livelli, tra l’altro proprio mentre il movimento approda al governo nazionale, rendendo evidenti due elementi che dovrebbero essere oggetto di riflessione per tutti. Il primo è che non esiste alcuna superiorità morale che possa mettere al riparo il M5S. Finché si sta all’opposizione e si protesta si può far credere agli italiani di essere tutti onesti e puri, poi, quando si accede alla stanza dei bottoni, si diventa facilmente permeabili a fenomeni di malcostume e malaffare, e si diventa “uguali agli altri”, se non peggiori. Il secondo fattore che colpisce infatti è la totale assenza di anticorpi nel M5S, la debolezza della sua classe dirigente, l’opacità con cui il vertice indica “consulenti” al primo cittadino di Roma accreditando un libero professionista a prendere impegni per conto dell’Amministrazione capitolina…

    Tutto questo magari non ha alcun peso sul piano giudiziario ma ne ha molto sul piano politico. Soprattutto perché oggi, a differenza di ciò che accadeva ai tempi della prima Tangentopoli, non sono più i partiti a menare la danza e a “spremere” gli imprenditori. Oggi i partiti sono molto più deboli – nel caso del M5S siamo addirittura di fronte ad un non-partito, guidato in modo piuttosto singolare da persone che ufficialmente non hanno alcun incarico politico come Casaleggio – e allora sono gli operatori economici, i faccendieri a cercare (e spesso a trovare) canali per influenzare le decisioni che la politica è comunque chiamata a prendere. E forse proprio su questo nodo sarebbe ora di ragionare seriamente, “approfittando” del fatto che nessuno – tantomeno i pentastellati – possa pretendere di ritenersi immune.

    In questi anni si sono fatte molte leggi per contrastare la corruzione, si è istituita l’Anac per rafforzare regole e trasparenza, si sono imposte procedure alla Pubblica Amministrazione per scoraggiare comportamenti disonesti fino all’introduzione del whistle-blowing… ma non siamo mai riusciti ad intervenire sull’organizzazione della politica, sulle norme che debbono informare la vita delle forze politiche per poter recuperare credibilità, autorevolezza, autonomia, affidabilità. La crisi di fiducia nei confronti dei partiti tradizionali ha anzi portato il Parlamento ad inseguire un sentimento di disaffezione, limitandosi ad abolire il finanziamento pubblico. Eppure è sempre più evidente che una moderna democrazia non possa fare a meno di partiti organizzati, di soggetti politici aperti e trasparenti, attraverso i quali i cittadini possano far sentire la loro voce e contribuire alla vita politica nazionale. I partiti personali, i leader forti che si appellano al “popolo”, l’uso spregiudicato dei social media possono funzionare per fare campagna elettorale e magari prendere voti ma non sono adeguati a governare la complessità, a garantire la selezione di una classe dirigente competente e pulita. Lo stesso tema dei costi della politica e delle forme per finanziarla necessiterebbe di un confronto più sereno anche alla luce della dimensione non solo nazionale del problema.

    Ecco perchè penso che il Pd in particolare possa e debba sfidare tutti gli altri a mettere subito in calendario due leggi. Quella di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione sui partiti che, approvata in un solo ramo del Parlamento nella XVII legislatura, avrebbe tra l’altro anche una corsia preferenziale. E finalmente quella per il riconoscimento e la regolamentazione delle cosiddette “Lobby”, materia che andrebbe trattata non in senso punitivo ma, seguendo criteri di trasparenza e pari opportunità, come strumento per facilitare e rendere più leggibile il processo decisionale. In conclusione: dalla recente indagine romana possiamo ricavare argomenti di polemica per qualche talk show o sui social network oppure possiamo trarre spunto per un’iniziativa seria sulla qualità e l’autonomia della politica e dei partiti. Personalmente non avrei dubbi su cosa sia preferibile.